Galles. Aprile 1991. Il cielo è basso e plumbeo, come solo il cielo gallese sa essere. Le strade di Cardiff odorano di pioggia e sogni. Ma sotto quelle nuvole, sta nascendo qualcosa di unico. Non è un torneo. Non è una semplice competizione. È la prima Coppa del Mondo di rugby femminile. Dodici squadre, un solo obiettivo: scrivere la prima pagina della storia del rugby femminile mondiale. Tra queste, l’Unione Sovietica. Un nome che presto sarebbe scomparso dalle mappe, ma non dai ricordi.
Le sovietiche arrivano con diversi giorni di ritardo, appena due giorni prima dell'inizio del torneo, dopo un viaggio travagliato. La federazione ha coperto solo il volo. Non c’erano telecamere ad accoglierle. Nessuno sponsor, nessun pullman personalizzato. Solo valigie sgangherate, divise cucite a mano e un sogno più grande delle difficoltà. Le giocatrici dell’URSS sbarcano a Cardiff con un piano: giocare, contro ogni pronostico e contro ogni logica finanziaria. Allenate più dal senso del dovere che da un vero programma federale – si ingegnano per sopravvivere al torneo – nel senso letterale del termine – vendono vodka, caviale, magliette, spille. Un bazar itinerante al servizio della passione sportiva. Per vitto e alloggio, devono arrangiarsi. Alcune giocatrici riescono a contrabbandare vodka e caviale all’aeroporto di Heathrow. A Cardiff, li rivendono clandestinamente fuori dagli stadi. Le altre squadre, venute a conoscenza della situazione, si mobilitano. Le giocatrici di Canada e Nuova Zelanda raccolgono fondi per pagare parte dell’alloggio. Anche alcuni lavoratori gallesi offrono ospitalità. La madre di una rugbista locale, Bethan Hughes, ospita tre sovietiche nella sua casa di Rhondda. Rugby, resilienza e risorse fai-da-te. Non erano professioniste. Erano missionarie del rugby, con la tenacia delle pioniere e la malinconia dei tramonti slavi. Nessuna squadra era lì per il denaro, ma alcune erano lì nonostante il denaro.
7 aprile 1991 — Olanda vs URSS = 28 - 0
Il debutto. A Pontypool il vento soffia dal Mare d’Irlanda, portando con sé storie che nessuno ha ancora raccontato. Sul campo, due squadre si affrontano. Una è l’Olanda, l’altra è l’Unione Sovietica. Nessuna delle due ha mai giocato una Coppa del Mondo, ma entrambe stanno scrivendo la loro storia. Le olandesi entrano in campo con passo deciso. Hanno già qualche test match alle spalle, e si vede. Le sovietiche, ancora stordite dal fatto di esserci, provano a organizzarsi. Ma il rugby è crudele con chi non ha tempo per imparare.
Tatiana Albitova, terza linea, si distingue per la sua capacità di leggere il gioco. Anticipa i movimenti avversari, chiude gli spazi e in un’azione difensiva salva una meta certa. Ma il dominio olandese è costante. Le sovietiche resistono, ma non riescono mai a superare la metà campo con continuità. A fine partita la sconfitta sovietica è netta, ma nemmeno poi così tanto. Le giocatrici si scambiano abbracci. Un gesto semplice, ma che vale più di mille parole. Le olandesi applaudono le avversarie. Le sovietiche sorridono. Nonostante tutto. Non c’erano replay, ma c’erano ricordi. E quelli, le sovietiche li stavano collezionando uno per uno.
10 aprile 1991 — USA vs URSS = 46 - 0
A Ely il campo è umido. Le americane sono strutturate, preparate, ambiziose. Passaggi precisi, placcaggi duri, movimenti studiati. Ogni azione sembra coreografata. Le sovietiche arrancano, si difendono, si rialzano. Il tabellone è crudele: 46 a 0. Ma in mezzo a quella débâcle, c’è una luce: Irina Mukhanova, flanker instancabile. Piccola, muscolosa, il volto segnato dalla fatica e da quel tipo di determinazione che non si insegna. Gioca con la furia di chi ha qualcosa da dimostrare e la grazia involontaria delle grandi protagoniste della letteratura russa — quelle che combattono in silenzio e non chiedono riconoscimenti. Si getta su ogni placcaggio, guida la linea difensiva come se il punteggio non contasse. E forse, per lei, davvero non conta. A fine partita, il gesto inatteso. Le americane, già rivolte verso gli spogliatoi, si voltano. Una, due, tutte. E applaudono Mukhanova. Un applauso lento, misurato. Non per la tecnica. Per il carattere. È quel tipo di rispetto che non si celebra con trofei, ma con le memorie. I giornali non ne parlano, ma tra chi c’era, nessuno dimentica. Rispetto: più pesante di ogni medaglia.
11 aprile 1991 — Canada vs URSS = 38 - 0
Si torna a Cardiff. Si gioca per il Plate, per evitare l'ultimo posto. Partita fisica. Le canadesi hanno muscoli e geometrie. Le sovietiche, cuore e intuizione. Natalia Prikohodko, mediana d’apertura, danza tra le linee avversarie come se stesse ballando sulle note di Čajkovskij in chiave tattica. Ma non basta: alla fine sarà 38 a 0, ma le sovietiche non sono quinte comparse. Sono testimoni. Elena Shavrova, seconda linea, mette a segno un placcaggio che fa alzare in piedi persino il pubblico gallese. Una carezza di riconoscimento da chi, a quei livelli, non si emoziona facilmente. Le maglie rosse tornano negli spogliatoi. A testa alta. Vincere è faccenda di numeri. Impressionare è questione d’anima.
Alla fine del torneo, alcune giocatrici non tornano a casa. Rimangono in Europa. L’Unione Sovietica sta per dissolversi. Anche quella squadra si dissolve: vite diverse, futuri incerti. Ma in quell’aprile gallese, hanno scritto una pagina indelebile del rugby, con i mezzi di chi ha poco e la forza di chi vuole lasciare un segno. Zero punti segnati, ma una storia incredibile. Perché alcune squadre vincono trofei, altre invece rubano il tempo e lo trasformano in leggenda. Non erano lì per vincere erano lì per esserci. E in certi momenti della storia, esserci è già una vittoria.
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