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Sul tetto d'Irlanda: Samuele Di Nicola ci racconta la sua stagione da preparatore di UL Bohemians

Si parla spesso della composizione e della qualità degli staff che lavorano con le nostre squadre di rugby femminile in Italia e non sempre in termini molto lusinghieri. Eppure così come le giocatrici ci sono allenatori e preparatori in grado di mettersi in evidenza ed ottenere, grazie alla loro professionalità, grandi successi con le squadre più titolate d'Europa. 

E' il caso, questo, di Samuele Di Nicola, che da qualche mese, dopo essersi trasferito a Limerick, è diventato il preparatore atletico della squadra femminile di UL Bohemians, con la quale si è laureato non solo campione in All-Ireland League: il massimo campionato femminile irlandese, ma anche vinto la Munster Cup (coppa della provincia) e la All-Ireland Cup (coppa nazionale), completando un "hat trick" che a Limerick mancava da molti anni. 
Le ragazze di UL Bohemians festeggiano la vittoria in Coppa, cerchiato in basso a destra Samuela Di Nicola
Samuele ha spesso inviato contenuti interessanti in merito alla preparazione atletica ed a lui abbiamo voluto chiedere come funzionano le cose in un club di alto livello irlandese. Quello che è venuto fuori è un quadro molto interessante che parla di cultura sportiva (e multisportività), ma anche di una mentalità che ancora in Italia è lungi dall’essere quella necessaria a far decollare definitivamente il rugby delle ragazze. Una lettura davvero molto utile. 
Ciao Samuele, grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande, cominciamo chiedendoti di presentarti...
“Salve a tutti! Mi chiamo Samuele Di Nicola e sono laureato in Scienza Motoria all’Università Milano. Al momento sto conseguendo la laurea magistrale all’Università di Bologna in Scienze e Tecniche dell’Attività Sportiva. Sono allenatore F.I.R. di 2° livello, preparatore fisico F.I.R. e allenatore di Powerlifting di 1° livello. Sono ormai 6 anni che svolgo l’attività di allenatore, quella di preparatore atletico invece solo da 3 anni.”
Sappiamo che da qualche mese stai lavorando in Irlanda con la squadra femminile di UL Bohemians, con la quale hai appena vinto praticamente tutto quello che era possibile. Ci sono differenze strutturali rispetto alle realtà italiane che hai avuto modo di osservare/conoscere?
 
“Sicuramente la società dove lavoro è un grande club, sono presenti ben 6 campi di allenamento, dei quali due vengono regolarmente utilizzati. Talvolta, all’occorrenza, ne usiamo anche un terzo. Di regola gli altri tre campi non vengono utilizzati, ma potenzialmente sono sempre pronti all’uso. Ogni campo è di dimensioni regolamentari ed è fornito di pali fissi. È presente un parcheggio abbastanza ampio (un centinaio di auto), e due strutture di fianco ai campi: una è una sorta di “club house” in miniatura, con dei bagni, una cucina e qualche tavolo, dove si tengono alcune riunioni e ci si consulta tra allenatori. Nel retro c’è una piccola stanza che funge da studio per il fisioterapista. 
La seconda struttura invece è riservata ai materiali di allenamento ed agli spogliatoi. Quella, però, non è la Club House ufficiale, che invece si trova a Thomond Park, lo stadio dove gioca il Munster. È un bar molto bello, che durante le partite del Munster (Pro12 o Champions Cup) diventa un punto di ritrovo per tutti quanti, uomini e donne che gravitano intorno alla franchigia (alcune ragazze di UL Bohemians giocano regolarmente con la squadra femminile del Munster, ndr).” 
Come sono strutturati in genere gli allenamenti?
“Rispetto a quanto accade in Italia, la struttura degli allenamenti è un po’ più particolare e dipende principalmente da:
  • quanti sport fai;
  • dal tuo livello tecnico;
  • dal fatto che tu sia o meno in una selezione provinciale o nazionale.
Per farvi capire meglio di cosa sto parlando elencherò le varie possibilità di allenamento:
  1. UL Bohs (2): 1 allenamento settimanale per tutti + 1 allenamento extra al lunedì.
  2. Munster (4): 1 allenamento con il club + 1 allenamento con il Munster + 2 sessioni in palestra.
  3. Nazionale (6): 1 allenamento con il club + 1 allenamento tecnico con la nazionale + 1 allenamento di condizionamento in campo con la nazionale + 3 sessioni in palestra.
A questi allenamenti dovete aggiungere:
  • il secondo sport;
  • le sedute di palestra individuali, soprattutto per chi non gioca in nessuna selezione.”
Ti occupi di preparazione atletica, su cosa e come lavorano lì nello specifico e quanta importanza ha il lavoro di muscolazione (palestra)?
 
“La preparazione atletica è considerata molto importante, anche se spesso viene lasciata alla gestione del singolo giocatore. Avere il preparatore atletico al campo è un extra che non tutte le società si permettono, nonostante la sua importanza sia riconosciuta. Questo avviene perché la maggior parte delle giocatrici pratica due sport differenti, oppure partecipa agli allenamenti della selezione provinciale o nazionale con una certa frequenza. Per queste giocatrici sono previste sessioni di allenamento e preparazione atletica specifiche, in strutture di alta qualità. 
Durante l’allenamento io ho dai 10’ ai 20’ di preparazione atletica, che solitamente viene fatta lavorando in maniera specifica su un determinato aspetto del gioco che l’allenatore mi richiede. Mi è capitato di lavorare sulle touches, sui passaggi o sulla capacità di prendere decisioni. Il tema più frequente sono i passaggi e la ricezione, unitamente alla presa di decisione in situazioni variabili. L’allenamento “a secco”, senza un tema di gioco, non mi è ancora capitato perché adesso siamo in stagione agonistica. Probabilmente avrei avuto più spazio in “pre o post season”, ma non saprei dare indicazioni migliori.
L’intensità richiesta dall’allenatore è alta, sebbene il tempo sia ristretto. La parola d’ordine è “work hard”, nonostante si richieda di prestare una determinata attenzione al gesto tecnico e alla situazione tattica.”
Hai notato differenze di lavoro/gestione a livello tecnico/tattico?
 
“Credo che la differenza maggiore sia a livello di tecnica. Qui si valuta molto la tecnica individuale, che viene considerata al pari della tattica, in contrapposizione con la linea federale italiana che punta molto alla comprensione del gioco a discapito del miglioramento tecnico. Quasi tutte le giocatrici della prima squadra hanno delle capacità di passaggio medio-alte, a prescindere dal ruolo. L’allenatore ci tiene molto e ci lavora spesso.
A livello tattico le giocatrici hanno un piano di gioco non troppo complesso ma molto efficace. Tre chiamate principali su cui costruire il gioco, che viene lasciato all’interpretazione delle giocatrici. Non hanno un sistema di gioco basato su schemi, ma solo un sistema di chiamate di “ripartenza” per i lanci di gioco o sui punti d’incontro (ruck, maul ed altre situazioni). Per la prossima stagione stiamo provando a cambiare qualcosa, per giocare con un sistema “nuovo” che prescinde dai ruoli. Per ora con Mike (Head Coach) stiamo solo sperimentando, ma siamo abbastanza fiduciosi che riusciremo a fare qualcosa in questo senso.” 
In Italia si parla spesso di staff incompleti o inadatti a garantire lo sviluppo delle squadre femminili di rugby, lassù come è composto lo staff con il quale lavori? (allenatori specifici, preparatori ecc..).
 
“Lo staff è composto generalmente da un manager, due allenatori e fisioterapista. Il preparatore atletico è un extra, come dicevo precedentemente. Nella nostra società è presente l’allenatore, il secondo allenatore, il preparatore atletico, la fisioterapista e la presidentessa del club che è una ex giocatrice e fa da allenatrice per la seconda squadra. A volte sono presenti al campo anche altri membri della dirigenza. Nei club provinciali (Munster, nel mio caso) e con la nazionale sono presenti sempre il preparatore atletico e allenatori specifici per determinati ruoli e situazioni.” 
Tu parli spesso di differenza culturale, tra le rugbiste italiane e quelle irlandesi, sapresti spiegare meglio questo concetto?
 
“Questo è il punto che mi interessa di più. Se dovessi pensare a un paragone direi che il rugby qua è l’equivalente della pallavolo in Italia, dove le atlete si allenano fino a 5 volte a settimana e partecipano anche a due campionati diversi. Il rugby italiano è molto amatoriale: ci si allena poco e male. Ovviamente la qualità dell’allenamento non è imputabile alle atlete (o almeno non sempre), ci mancherebbe, però questa è la lettura che mi viene da dare per il rugby italiano (maschile e femminile, a qualsiasi livello).
La domanda che mi pongo spesso è questa: “perché in Italia le pallavoliste possono allenarsi così tanto e le rugbiste no? E le nuotatrici che vanno in piscina prima di andare a scuola? E chi pratica atletica leggera?”
Quello che voglio sottolineare è che tutti gli sportivi hanno gli stessi problemi (scuola, famiglia, hobby, etc), però in alcuni sport è normale allenarsi tanto mentre in altri no. Il rugby italiano fa parte della seconda categoria. Per quello che mi riguarda si tratta solo di trovare dei compromessi e di gestire meglio i propri tempi, arrivando magari a rinunciare a qualcosa per allenarsi. Alla fine lo sport è un piacere, per cui credo che si possa rinunciare a qualcosina per praticarlo.
Qua, mediamente, le atlete fanno qualcosa ogni giorno, che sia palestra, rugby o un altro sport, e a volte partecipano a due campionati di due sport differenti, come il calcio gaelico o l’hurling. Ci sono diverse ragazze che fanno anche il doppio allenamento giornaliero, andando alle 6 di mattina in palestra e allenandosi in campo la sera pur avendo lavoro, o scuola e famiglia. Non voglio far passare il messaggio che di punto in bianco si debba iniziare a far sei allenamenti a settimana, però mi piacerebbe che passasse l’idea della possibilità di farlo. Mi piacerebbe che un’atleta non storcesse il naso a sentir parlare di palestra, di allenamento extra o di preparazione atletica.”

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