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Coppa Italia a 7: forse è ora di cambiare qualcosa (Parte 1)

Si parla sempre di più della crescita del rugby femminile a livello mondiale. La Coppa Del Mondo appena conclusa in Irlanda, ha segnato un altro grande passo avanti per tutto il movimento e sono state tantissime le testate cartacee ed online che hanno analizzato questo percorso, analizzando l'ibridazione del gioco con il 7s e la necessità di avere competizioni nazionali più sviluppate. In questa direzione si stanno muovendo Inghilterra e Francia, ma anche la Scozia con i suoi consistenti investimenti sulla base ha intrapreso un percorso che nello scorso Sei Nazioni ha mostrato i primi risultati. E' notizia di questi giorni di un adattamento del regolamento in Galles per permettere di giocare anche in condizioni di numeri ridotti ed è proprio analizzando il percorso che le realtà più evolute d'Europa hanno intrapreso che è naturale chiedersi dove siamo noi.


Il campionato a 15s continua a crescere tanto che non è (finalmente) più un tabù parlare di gironi meritocratici (Serie A – Serie B) e non solo di criteri geografici, ma come ha suggerito uno dei nostri lettori è nella Coppa Italia che troviamo il 70% del nostro bacino ed una crescita strutturale non può che passare da un'analisi ponderata di questa competizione.
Sono tante le voci, tra commenti sul blog, chiacchiere davanti ad una birra in qualche club house o sugli spalti durante la finale del campionato di Serie A (ma abbiamo avuto modo di parlarne anche a Belfast durante la finale di Coppa Del Mondo, dov'erano presenti tantissimi appassionati italiani), che ci hanno portato a chiederci se la Coppa Italia dopo aver assolto la sua innegabile funzione di avvicinamento al rugby per un numero sempre più consistente di ragazze, non vada adesso trasformata in qualcosa di diverso. 

Proprio per questo abbiamo voluto ascoltare la voce di chi ci segue: appassionati, allenatori e giocatrici, chiedendo se questa competizione sia ancora uno strumento necessario per lo sviluppo del movimento o piuttosto ne sia diventata il limite più evidente.
La risposta è stata massiccia (e non ci aspettavamo una partecipazione così ampia), con oltre 1000 votanti, un campione che crediamo rappresenti qualcosa di cui tenere conto. Le risposte sono state molto indicative e forse anche per la Federazione potrebbe essere utile ascoltare quello che, chi vive il campo ogni giorno, ha da dire/suggerire.

La prima domanda era molto semplice:
La Coppa Italia a 7, così come è strutturata rappresenta un limite o una risorsa per lo sviluppo del rugby femminile in Italia?”
Quello che emerge dalle risposte è un movimento spaccato a metà, dove però la maggioranza (ed è questa la sensazione che abbiamo avuto anche durante i nostri colloqui da club house) ritiene sia arrivato il momento di cambiare qualcosa.


Su 1100 votanti, sono 510 (il 46,3 %) sono quelli che ritengono la Coppa Italia rappresenti ancora uno strumento necessario per la crescita del rugby femminile in Italia, mentre sono 590 (il 53,7 %) quelli che ritengono che, per motivazioni diverse, la ritengono un limite.
Il dato già di per se interessante lo diventa ancora di più se andiamo a scomporre ed analizzare le motivazioni di chi è "pro" e di chi è "contro".
Abbiamo chiesto di agli utenti di giustificare il proprio voto e raggruppato le risposte simili per capire appunto come è perchè si è fatta una scelta piuttosto che un'altra.
Per chi ritiene la Coppa Italia uno strumento necessario le motivazioni sono sostanzialmente tre:

1 - Ci sono società che fanno molta fatica ad avere i numeri per sviluppare altri progetti, così anche in piccole realtà con problemi di numeri e reclutamento si può fare rugby femminile. Questa risposta è stata data in gran parte da appassionati di rugby che seguono il movemento femminile in Italia (161 voti su 510 - 32 %). 

2 - Permette alle ragazze di avvicinarsi al rugby in un modo "non troppo impegnativo" (mentalmente, atleticamente o in termini di tempo) come potrebbe essere un 7s a tutto campo o un 15s. Permette anche a coloro che non possono (per motivi di lavoro, famiglia o altro) di continuare a giocare a rugby anche non facendo 3/4 allenamenti a settimana. Risposta che in gran parte, come è facile intuire arriva da giocatrici che al momento giocano in Coppa Italia (237 voti su 510 - 46 %).

3 - Permette di praticare rugby femminile in tantissime realtà che non possono per motivi economici permettersi altro tipo attività ufficiale. Anche in questo caso è facile capire come questa risposta arrivi in gran parte da dirigenti o persone coinvolte nella gestione di una società. (112 voti su 510 - 22 %). 

Anche tra chi definisce la Coppa Italia un limite ci sono motivazioni diverse, cambia però la composizione del gruppo di chi ha risposto, molti allenatori ed appassionati, stabile più o meno il numero di giocatrici (anche se in maggioranza provenienti dal 15s e non dalla Coppa Italia), pochissimi invece i dirigenti e questo è già di perse un dato interessante. Anche per chi ha scelto questa risposta ci sono sostanzialmente tre: 
 
1 - Molte società si accontentano di arrivare alla Coppa Italia senza cercare di creare un progetto migliorativo, nel senso che partecipare a questa competizione non è mai un punto di partenza per una società ma spesso rappresenta il punto d'arrivo, per poter dire che si fa rugby femminile, ma con il meno impegno possibile. Questa è la risposta che in gran parte è stata da appassionati e giocatrici (318 voti su 590 - 54 %). 

2 - La maggior parte delle giocatrici che giocano la Coppa Italia SCELGONO di NON giocare a 15s perchè vogliono poter dire di giocare a Rugby senza doverci mettere troppo impegno, oppure vogliono rimanere legate alla loro "piccola squadra" senza nessun interesse alla crescita del movimento o dei campionati. Questa è la risposta che in maggior parte hanno dato le giocatrici evidentemente già coinvolte in qualche modo nel rugby a 15s (166 voti su 590 - 28 %).

3 - E' un formato ibrido non è 15s e non è 7s, non vengono applicati bene i fondamentali del gioco e non da competenze alle ragazze sul piano del gioco, sia tecnico che tattico (tutto si riduce quasi sempre ad un continuo punto d'incontro). Non si sviluppano le giocatrici nè per il 7s (quello vero), ne per il rugby a 15s. Questa è la risposta che è stata data, come è facile immaginare in gran parte da allenatori, ma anche da molte giocatrici (106 voti su 590 - 18 %).  

Da una prima analisi, è evidente che questa competizione viene considerata dai più povera di contenuti tecnico-tattici ed è comprensibile che poi (come vedremo nella parte relativa ai tutoraggi), il passaggio al rugby a 15s o l'inserimento delle giocatrici sia vissuto spesso più come un problema che come un'opportunità da parte di chi allena.
Certo il nostro campione è puramente indicativo, ma che sia a scartamento ridotto la marcia di gran parte delle società verso un sistema che permetta lo sviluppo di tutto il movimento è piuttosto lampante. Il problema socio-economico (di cultura e di risorse) è un fattore del quale non si può non tenere conto, ma forse in alcuni casi anche una comoda scusa per fare poco di più che trovare una decina di ragazze e dar loro metà campo per allenarsi due volte la settimana.

E' interessante anche capire come ci sia una duplice percezione di chi gioca la Coppa Italia da parte delle giocatrici stesse, cosa che abbiamo rilevato in maniera piuttosto evidente nei commenti, che ci sono arrivati a corredo della risposta per la domanda di cui sopra. Se da una parte c'è una sorta di percezione diffusa basata sul poco impegno (più in ambito mentale che fisico) verso chi si limita a giocare a 7, dall'altra c'è quasi una "velata" accusa di razzismo (se ci passate il termine) verso le ragazze che giocando a 15s considerano poco più che minirugby la Coppa Italia.

Il rugby è un gioco che richiede impegno mentale e fisico e certo tutte hanno il diritto di poterlo giocare al livello che ritengono appropriato, ma se non cominciamo a sviluppare un percorso verso un livello di maturità atletica un po' più alto, proprio a partire dalla base (chi gioca in Coppa al momento) è chiaro che creare un campionato di Serie A con basi solide ed in grado di fornire ricambi e competizione per l'azzurro, diventa un'impresa decisamente ardua.

Nei due prossimi articoli tratteremo le eventuali modifiche che allenatori, giocatrici e sostenitori, vorrebbero veder attuate in Coppa Italia e di come la gestione dei tutoraggi sia "nella migliore" delle ipotesi almeno da rivedere.

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