Perché nel 6 Nazioni non ci sono head coach donne? Una sfida strutturale per il rugby europeo

Il Women’s Six Nations 2026 si gioca senza nemmeno una head coach donna. È un dato che pesa, soprattutto perché arriva a un solo anno di distanza da un Mondiale che aveva mostrato segnali di apertura, con tre allenatrici alla guida di nazionali di primo piano.

Oggi, invece, il panorama è tornato a essere completamente maschile. E nei club della Premiership Women’s Rugby la situazione non è diversa: tutti gli head coach sono uomini, e le poche donne presenti nello staff tecnico occupano ruoli marginali, spesso senza reale potere decisionale. Se poi si guarda ai campionati di Elite francese, irlandese, gallese e italiano, la situazione è la stessa, con l'unica eccezione della Scozia che in Celtic Challenge ha chiamato Claire Cruikshank a guidare Edimburgo e Lindsey Smith a guidare Glasgow. Non è un incidente statistico, ma il risultato di un sistema che per anni non ha costruito alcun percorso per permettere alle donne di arrivare ai vertici tecnici del gioco. Il problema riguarda l’accesso, la formazione, la percezione sociale del ruolo e la mancanza di opportunità concrete.

Michela Tondinelli, durante la WRWC 2021 – ha partecipato al Coaching internship programme, promosso da World Rugby con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di tecnici donne nell’alto livello.

Un vuoto che viene da lontano

E' notizia recentissima che la PWR ha annunciato un piano in dieci punti per invertire la rotta, ma la portata del problema è tale che nessuna misura potrà essere risolutiva nel breve periodo. Per decenni il rugby femminile ha vissuto in una condizione di semi‑professionalismo che ha impedito la nascita di una vera classe tecnica femminile.

Le giocatrici, anche quelle di livello internazionale, hanno sempre dovuto conciliare il rugby con un lavoro a tempo pieno, senza la possibilità di dedicarsi alla formazione tecnica o di accumulare esperienza sul campo. Questo ha generato un vuoto generazionale che oggi si manifesta in modo evidente: non ci sono abbastanza candidate con un curriculum tecnico sufficiente per competere con i colleghi uomini, che invece hanno beneficiato di percorsi strutturati, accademie, mentoring e opportunità continue.

Il piano della PWR vuole intervenire su ogni fase del percorso, dalla formazione al reclutamento, fino alla creazione di un ambiente che permetta alle allenatrici di restare, crescere e consolidarsi. Ma è un lavoro che parte da zero, perché per anni non è stato costruito nulla.

Perché mancano le allenatrici?

La mancanza di allenatrici non è il risultato di un singolo fattore, ma di una stratificazione di ostacoli che si sono accumulati nel tempo.

  • Il primo riguarda la totale assenza di un percorso specifico di formazione a livello nazionale prima e internazionale poi. Nel rugby maschile, un giocatore che entra in un’accademia inizia subito a essere esposto a percorsi tecnici, osservazioni, tirocini, ruoli di assistente. Nel rugby femminile questo non è mai esistito. Le giocatrici non hanno avuto né il tempo né le strutture per costruire un percorso parallelo da coach.
  • Il secondo ostacolo è la mancanza di modelli visibili. Le giocatrici hanno avuto esempi in campo, ma non fuori dal campo. Non hanno visto donne guidare squadre, prendere decisioni, occupare ruoli di leadership tecnica. E ciò che non si vede, non si immagina.

  • Il terzo ostacolo è culturale: la percezione del ruolo di head coach è ancora profondamente maschile. Come ha detto Anna Caplice in una recente intervista, se un uomo entra in una stanza e si presenta come allenatore, nessuno mette in dubbio la sua competenza; se lo fa una donna, deve dimostrarla due volte. Questo bias, spesso inconscio, crea un ambiente dove le allenatrici devono giustificare ogni scelta, ogni decisione, ogni errore, con un livello di scrutinio che i colleghi uomini non subiscono. 
  • A questo si aggiunge l’isolamento operativo: molte allenatrici raccontano di essere lasciate sole, senza staff, senza mentoring, senza supporto. 
  • E infine c’è il fattore tempo: il 95% delle giocatrici ha un lavoro oltre al rugby. Non possono permettersi di accumulare ore di campo, osservazioni, esperienze tecniche. Gli uomini sì. E questo crea un divario che non ha nulla a che vedere con il talento, ma con la struttura del sistema.

Le soluzioni in campo

Il piano della PWR e le proposte delle allenatrici cercano di ricostruire da zero ciò che non è mai stato costruito. I tirocini retribuiti nei raduni internazionali sono un primo passo fondamentale, perché permettono alle coach di entrare in contatto con ambienti di alto livello, di osservare, di intervenire, di essere valutate sul campo.

Le quote minime nei club non sono un’imposizione ideologica, ma un tentativo di normalizzare una presenza che oggi è percepita come eccezionale. Il mentoring strutturato è essenziale: nessuna allenatrice può crescere senza una guida, senza un confronto, senza un percorso personalizzato. I ruoli player‑coach rappresentano una transizione morbida che permette alle atlete di iniziare a costruire competenze tecniche mentre sono ancora in attività, riducendo il salto tra carriera da giocatrice e carriera da coach.

Ma tutto questo richiede investimenti economici reali: senza risorse, nessun piano può funzionare. Servono contratti, borse di studio, fondi per la formazione, supporto logistico. E serve soprattutto un cambiamento culturale che riconosca il valore delle competenze femminili nel coaching.

Perché servono più allenatrici

La presenza di allenatrici non è solo una questione di equità o rappresentanza. È una questione di qualità del gioco. Le coach portano competenze specifiche che arricchiscono il sistema: una comunicazione più empatica, una comprensione profonda della fisiologia femminile, una sensibilità particolare verso il benessere mentale delle atlete, una capacità di leggere le dinamiche di gruppo con maggiore attenzione. Portano anche un’esperienza diretta di ambienti difficili, spesso ostili, e questo le rende particolarmente efficaci nel preparare le nuove generazioni a gestire pressioni, conflitti, situazioni complesse.

Senza queste voci, il movimento perde profondità, perde prospettiva, perde capacità di proteggere e far crescere le atlete. E soprattutto perde la possibilità di costruire un modello tecnico che rispecchi davvero le esigenze del rugby femminile.

Una sfida culturale, non solo tecnica

Il rugby femminile è cresciuto in modo impressionante negli ultimi anni. Ha ampliato il pubblico, ha migliorato la qualità del gioco, ha conquistato spazi mediatici che fino a poco tempo fa sembravano irraggiungibili. Ma la crescita tecnica non è stata accompagnata da una crescita equivalente della classe dirigente.

Oggi il movimento si trova davanti a un bivio: continuare a crescere solo in campo, oppure crescere anche fuori dal campo, costruendo una generazione di allenatrici che possa guidare il futuro del gioco. Senza questo passaggio, il rischio è evidente: un’altra generazione mancante. E questo il rugby non può permetterselo.

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