Il prossimo passo: la strada verso un Mondiale U20 femminile

L’idea di un Mondiale femminile U20, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata pura fantascienza. Oggi non lo è più. Oggi è un'idea legittima, perché il quadro internazionale sta cambiando in modo rapido e profondo, e alcuni tasselli iniziano a combaciare. Non è una prospettiva “sicura”, ma per la prima volta è una prospettiva strutturalmente possibile. E il fatto che il 2027, con il Tour delle Lions in Nuova Zelanda, rappresenti uno spartiacque per tutto il movimento femminile, rende naturale chiedersi cosa potrà accadere subito dopo.

Il primo elemento da considerare è la base competitiva giovanile che si è formata negli ultimi anni. In Europa, il Sei Nazioni ha ormai dato forma a un vero percorso U21 femminile: non più semplici test occasionali, ma un torneo con calendario, classifica, continuità. Questo significa che le principali federazioni europee hanno iniziato a trattare il livello U20/U21 non come un lusso, ma come un passaggio necessario tra l’U18 e la nazionale maggiore. Parallelamente, fuori dall’Europa, si sono moltiplicati i test match U20 tra USA, Canada e Sudafrica, con la Spagna che ha avviato un progetto U20 femminile collegato al proprio ruolo nel WXV 3. Per la prima volta, non abbiamo solo “talenti sparsi”, ma un nucleo di nazioni che giocano regolarmente a livello U20 o U21, su più continenti.

Questo è un punto decisivo: un Mondiale U20 non nasce dal nulla, ha bisogno di un minimo di massa critica. Oggi si possono individuare almeno otto-dieci nazioni che hanno un’attività giovanile femminile continuativa, con strutture tecniche, staff, calendari. È esattamente il tipo di base che, nel maschile, permise a World Rugby di lanciare nel 2008 il Junior World Championship U20. Allora, alcune nazioni non avevano ancora un vero percorso U20, ma il torneo stesso contribuì a crearlo. È ragionevole pensare che lo stesso meccanismo possa ripetersi nel femminile.

Il secondo elemento riguarda la strategia di World Rugby. Con il WXV, l’organo internazionale ha smesso di considerare il rugby femminile come un “appendice” del maschile e ha iniziato a costruire un ecosistema autonomo, ma integrato. Il WXV non è solo un torneo: è un dispositivo di sviluppo globale, con finanziamenti diretti alle federazioni, criteri di accesso, promozioni e retrocessioni, e soprattutto una visione chiara del percorso che va dalle nazionali emergenti alle big. In questo quadro, il livello giovanile non può restare un vuoto. Se si vuole uno sviluppo coerente U18 → U20/U21 → Seniores, prima o poi bisogna dotarsi di un torneo mondiale giovanile, perché è lì che si consolidano le generazioni, si testano le strutture, si misurano le differenze di profondità tra i sistemi.

Il 2027, con il primo Tour delle Lions Women in Nuova Zelanda, è un punto di svolta simbolico e pratico. Simbolico, perché sancisce l’ingresso definitivo del rugby femminile nel pantheon dei grandi brand storici del rugby. Pratico, perché costringerà federazioni, sponsor e broadcaster a guardare il movimento femminile non più come un “progetto”, ma come un prodotto maturo, con un proprio pubblico, una propria economia, una propria narrazione. Dopo il 2027, World Rugby avrà in mano dati concreti su audience, ritorni commerciali, impatto mediatico. E avrà anche una fotografia più chiara del percorso di sviluppo dei talenti, perché molte nazioni avranno dovuto investire in percorsi giovanili per sostenere il livello seniores.

In questo scenario, l’idea di un Mondiale U20 femminile non è un salto nel buio, ma un passo logico. Un torneo giovanile globale servirebbe a tre obiettivi:

  • alimentare il WXV con giocatrici formate in contesti competitivi internazionali;
  • dare alle federazioni un obiettivo chiaro per strutturare i propri percorsi U18 e U20;
  • offrire a sponsor e media un nuovo prodotto, meno costoso del rugby seniores ma molto interessante in termini di storytelling e sviluppo.

A questo punto, però, emerge una questione che deve necessariamente essere considerata: la posizione di Australia e Nuova Zelanda. È il vero punto critico del quadro. La Nuova Zelanda, pur essendo una delle capitali storiche del rugby, è sorprendentemente indietro sul piano del settore giovanile femminile. Negli ultimi anni ha introdotto una U18 Schools femminile e ha avviato programmi “Futures” per giocatrici tra i 17 e i 21 anni, ma non esiste ancora una nazionale U20 formalmente riconosciuta, né un percorso U20 strutturato paragonabile a quello maschile. Il sistema è in fase di costruzione: la base U18 è stata finalmente messa in piedi, ma il livello U20 è ancora una zona grigia, più vicina a un bacino di sviluppo che a una vera squadra nazionale.

L’Australia è ancora più distante. Il percorso giovanile femminile è quasi interamente legato al Seven. Le migliori atlete tra i 17 e i 21 anni vengono intercettate e inserite nel pathway olimpico, perché il Seven è più economico, più facile da gestire e più competitivo a livello internazionale. Il XV femminile australiano, rispetto a quello neozelandese, è indietro di diversi anni in termini di professionalizzazione, strutture e profondità. Non esiste una nazionale U20 XV, né un campionato giovanile femminile che possa fungere da serbatoio. In pratica, Rugby Australia ha scelto di far crescere il movimento femminile attraverso il Seven, lasciando il XV in una condizione di sviluppo lento e frammentario.

La domanda, quindi, è inevitabile: l’assenza di percorsi U20 dedicati in Australia e Nuova Zelanda rende impossibile un Mondiale U20 femminile? La risposta, a mio avviso, è no. Non lo rende impossibile, ma ne condiziona il formato. Un Mondiale U20 femminile non ha bisogno di replicare esattamente la geografia del maschile. Ha bisogno di un nucleo di nazioni con attività U20/U21 stabile, e di alcune nazioni che possano partecipare con squadre “development”, anche se non hanno ancora un percorso completo.

È già accaduto nel maschile: nel 2008, quando nacque il Junior World Championship, alcune nazioni non avevano un vero sistema U20 (come Italia e Fiji) parteciparono comunque, e il torneo stesso contribuì a creare strutture, staff, calendari. Nel femminile, si potrebbe immaginare qualcosa di analogo. Europa, Nord America, Sudafrica e Spagna potrebbero costituire il blocco centrale del torneo, con 6–8 squadre dotate di percorsi giovanili già attivi. Australia e Nuova Zelanda potrebbero entrare con selezioni “development”, utilizzando il Mondiale U20 come leva per accelerare la costruzione dei propri sistemi giovanili XV.

Il punto chiave è che World Rugby, oggi, non può permettersi di aspettare che Australia e Nuova Zelanda siano perfettamente pronte. La crescita del movimento femminile è ormai sistemica, e avviene soprattutto fuori dall’Oceania. USA, Canada, Sudafrica e le federazioni europee stanno investendo in modo più deciso nel settore giovanile femminile rispetto a NZ e AUS. Il WXV ha bisogno di una sistema più ampio, non di un sistema perfetto. Il Tour Lions 2027 sarà un catalizzatore globale, non solo anglosassone. In questo contesto, un Mondiale U20 femminile dopo il 2027 sarebbe uno strumento di sviluppo, non un premio alla perfezione dei sistemi.

Restano, ovviamente, gli ostacoli reali. Il primo è il budget:

  • molte federazioni, Italia inclusa, hanno risorse limitate per il femminile, e un torneo mondiale giovanile comporta costi di viaggio, staff, preparazione.
Il secondo è la profondità:
  • non tutte le nazioni hanno abbastanza giocatrici U20 per sostenere un torneo annuale con un livello tecnico adeguato. Il terzo è il calendario;
  • il WXV occupa già una finestra importante, e un Mondiale U20 richiederebbe una collocazione che non schiacci le competizioni domestiche e non sovraccarichi le giocatrici.

Sono ostacoli seri, ma non sono ostacoli nuovi. Sono gli stessi che il rugby maschile ha affrontato prima di creare il proprio Mondiale U20. Allora furono superati con una combinazione di finanziamenti mirati, formati flessibili e una chiara volontà politica di far crescere il movimento. Oggi, nel femminile, la volontà politica sembra esserci: il WXV, il Sei Nazioni femminile, il Tour Lions 2027 sono segnali di una strategia che non si limita a “gestire” il presente, ma vuole costruire un futuro.

Per questo, la risposta alla domanda iniziale, alla luce di tutto questo, è sì: è possibile che dopo il 2027 si arrivi a un Mondiale femminile U20. Non è garantito, non è scritto, ma è realistico. Esiste una base competitiva giovanile su più continenti, esiste una strategia di sviluppo globale, esiste un evento spartiacque come il Tour Lions che può fungere da acceleratore, ed esiste una crescita sistemica del movimento femminile che rende necessario un nuovo livello di competizione. L’assenza di percorsi dedicati in Australia e Nuova Zelanda è un problema, ma non è un veto. È un ritardo che può essere colmato proprio attraverso il torneo.

In altre parole, il Mondiale U20 femminile non sarebbe il punto di arrivo di un sistema perfetto, ma uno strumento per completare un sistema ancora in costruzione. E, nel rugby, è spesso così che le cose importanti nascono.

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