La proposta della Federazione Italiana Rugby di sottoporre a votazione delle società l'ingresso diretto del Rugby Parma in Serie A Élite Femminile non è una questione procedurale marginale. È lo specchio fedele di una malattia organizzativa che affligge il movimento femminile italiano da anni, e che merita di essere chiamata per nome: l'assenza totale di una strategia nazionale.
Il metodo come rivelatore della sostanza
Partiamo dal caso specifico, non perché sia eccezionale, ma perché è emblematico. Che il Rugby Parma voglia accogliere le atlete di Colorno è lodevole; che intenda farlo senza rispettare i percorsi competitivi ordinari è un'altra questione. Ma il vero probelma non è nella volontà del club: è nella risposta della FIR. Una federazione che governa che delega a una votazione quella che è una decisione strategica. Non è inclusività democratica. È abdicazione di responsabilità.
In qualunque movimento sportivo europeo con una minima credibilità istituzionale, i diritti sportivi sono inviolabili. Le retrocessioni e le promozioni seguono regole scritte, non negoziazioni al tavolo. I campionati hanno strutture, non improvvisazioni. Quando la FIR sceglie di fare votare le società su una questione che dovrebbe essere regolata da statuti e regolamenti, sta dicendo qualcosa di molto preciso: non abbiamo una visione. Questo è il primo sintomo della malattia.
L'incolmabile abisso con il resto d'Europa
Mentre in Italia si discute se sia possibile aggirare le regole per ammettere alla Serie A Elite una squadra senza storia al femminile, il resto d'Europa sta costruendo sistemi.
- In Inghilterra, le giocatrici hanno contratti fino al 2030, stipendi in crescita strutturata, bonus che raggiungono le 100mila sterline. Il PWR (Premier Women's Rugby) non è una lega: è un ecosistema professionale in cui gli sponsor arrivano a investire cifre milionarie (vedi JAECOO PWR). Non è successo per caso. È il risultato di una pianificazione decennale.
- Galles, Scozia e Irlanda stanno negoziando l'ingresso in PWR con strategie domestiche parallele. Non improvvisano. Costruiscono.
- La Francia mantiene un'Élite 1 con club strutturati, staff professionali, investimenti federali continui. Non è il massimo dei sistemi, ma è un sistema.
- Spagna e Portogallo stanno vivendo una crescita costante grazie a riforme dei campionati e programmi federali chiari.
E l'Italia? L'Italia è ancora ferma alla domanda: come risolviamo un problema senza cambiare le regole? O senza scomodare nessuno? Mentre il resto del continente si chiede: Come facciamo a crescere nei prossimi dieci anni? Questa non è una differenza di velocità. È una differenza di visione.
Il caso Colorno: il sintomo che non vogliamo guardare
La chiusura di Colorno non è un fulmine a ciel sereno. È l'ennesimo capitolo di una storia che si ripete: un club che crolla sotto il peso di un sistema senza struttura, senza supporto, senza visione. E qui sta il vero fallimento della FIR. Non nel fatto che Colorno sia crollato, questo è un rischio che ogni club corre in un movimento fragile. Il fallimento è nel non aver imparato nulla da questo crollo. Nessuna analisi. Nessuna domanda difficile. Nessun piano di prevenzione. Al momento solo una toppa. Questo è come gestire un'epidemia mettendo cerotti su ogni paziente senza curare la malattia di fondo.
Le giocatrici meritano di meglio
Qui tocchiamo il punto che dovrebbe importare più di ogni altro. Ragazze che si allenano la sera dopo il lavoro, spesso senza compenso. Staff che fa chilometri gratis per una passione che nessuno remunera. Club che tengono vivo il movimento con le unghie e i denti. Appassionati che credono nel rugby femminile più della stessa federazione che dovrebbe rappresentarli. Queste persone meritano un movimento gestito con serietà. Non con improvvisazione. Non con votazioni su questioni che dovrebbero essere regolate da statuti. Non con una toppa su una toppa. Meritano una federazione che dica: Ecco il nostro piano per i prossimi dieci anni. Ecco come vi supporteremo, ecco le regole che ci sono, i soldi che spenderemo e come. Invece sono anni che si ritrovano a combattere con gli stessi problemi, cambiano i presidenti e le governance e nel miglior gattopardesco quanto italico stile non cambia nulla.
La soluzione è semplice, ma richiede coraggio
Se il Rugby Parma vuole entrare nel campionato femminile è perfetto. È una notizia positiva. Ma la strada è una sola, ed è quella che esiste ovunque nel calcio, nella pallavolo, nel basket, in ogni sport che si rispetti: iscrizione alla serie inferiore. Costruzione della squadra. Promozione sul campo. Non è complicato. Non è ingiusto. È il percorso che garantisce sostenibilità, merito, credibilità. Anche se capisco che il problema in questo caso ruota intorno alle giocatrici, non è pensabile poter trattenere giocatrici Azzurre, senior e Junior che non solo hanno mercato in Italia nei club di Serie A Elite, ma anche e soprattutto in Europa, dove le condizioni come abbiamo già visto sono decisamente migliori sotto ogni punto di vista. In caso però di massiccio esodo di queste giocatrici è chiaro che Parma faticherebbe a mettere in campo una squadra.
Il vero problema non è Parma, non è Colorno e non è nemmeno questa votazione. Il vero problema è che il movimento femminile italiano non ha:
- Un piano di sviluppo territoriale che identifichi bacini di giocatrici e li strutturi
- Un modello di club sostenibile che istruisca le società su come stare in piedi
- Un sistema di licenze che protegga la competizione
- Un percorso di professionalizzazione che dia prospettive alle atlete
- Una visione a 5-10 anni che orienti le decisioni quotidiane
- Un dialogo reale con società e giocatrici nel quale si ascolti prima di decidere
Quando tutto questo manca, succede esattamente quello che stiamo vedendo: decisioni improvvisate, soluzioni pasticciate, regolamenti ignorati, credibilità erosa. Non è una teoria. È una meccanica organizzativa prevedibile come le leggi della fisica.
Qui sta il vero problema. Non è che il movimento femminile sia debole. È che gli viene impedito di essere forte da una governance che non sviluppa una visione e non investe un centesimo. Non è polemica, è urgenza
Quando scrivo non lo faccio per agitare le acque. La mia non è mai una critica per il gusto di criticare. È una diagnosi che chiede cura immediata. Il movimento femminile non può aspettare. Non può permettersi di aspettare due anni, un'altra crisi, un'altra squadra che chiude, un'altra soluzione improvvisata.
Adesso serve che la Federazione ascolti le società e le giocatrici, non solo i propri uffici, pianifichi con orizzonti lunghi, non con soluzioni emergenziali, protegga i club, valorizzi le giocatrici come il motore del movimento, costruisca un futuro, smettendo di mettere cerotti su una ferita che non cicatrizza. Il rugby femminile italiano ha tutto quello che serve per diventare un movimento europeo di primo livello.
Ha talento. Ha passione. Quello che non ha è qualcuno che creda davvero in questo e non parlo solo della Federazione, parlo dei tanti club che ci sono in Italia, degli addetti ai lavori, di chi fa comunicazione, fino ad arrivare ai semplici appassionati del nostro sport. E questo, francamente, è inaccettabile.

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