Rugby: niente di nuovo sul "fronte femminile"

C’è qualcosa di profondamente frustrante nel seguire il rugby femminile italiano in questi mesi. Non è la sconfitta, non è la mancanza di risultati, non è nemmeno la consueta fatica di un movimento che da sempre vive in equilibrio precario tra passione e scarsità di risorse. È il silenzio. Un silenzio assordante, quasi imbarazzante, che contrasta violentemente con ciò che accade oltre confine, dove il rugby femminile non solo cresce, ma si muove, comunica, si espone, si rinnova. In Francia le giocatrici negoziano contratti professionali con una naturalezza che da noi sembra fantascienza; in Inghilterra i club costruiscono roster con talenti provenienti da mezzo mondo; in Spagna si lavora con metodo, con continuità, con una visione che non ha bisogno di proclami perché è evidente nei fatti. E mentre tutto questo accade, qui in Italia regna l’incertezza più totale, un’incertezza che non è transizione ma paralisi.

Il punto non è che manchino le risorse. Il punto è che manca la capacità di decidere e di muoversi. Non sappiamo nemmeno quale sarà il volto della Serie A Elite della prossima stagione, e questo non è un dettaglio tecnico: è la prova che il movimento non riesce a definire nemmeno la propria struttura minima. Forum Iulii promosso d’ufficio? Neapolis ripescata? Il caso Colorno che rimane un buco nero da cui non esce niente, se non la sensazione di un sistema che non sa gestire le proprie contraddizioni e che preferisce non comunicare piuttosto che affrontarle. È un immobilismo che non nasce dall’attesa, ma dalla mancanza di direzione.

Il Parma aveva presentato un progetto, aveva ambizioni e aveva perfino una narrativa credibile per rilanciare un territorio che negli ultimi anni ha investito molto nel rugby femminile. E poi? Silenzio. Il diniego alla partecipazione in Elite, giusto o sbagliato che sia, non è questo il problema, è arrivato come una mannaia, senza spiegazioni per chi segue da fuori, senza una cornice, senza un'alternativa. E con esso è arrivata la conseguenza più prevedibile e più dolorosa: atlete che abbandoneranno il rugby semplicemente perché non avranno dove giocare al loro livello. Non perché non siano abbastanza brave, non perché non abbiano voglia, ma perché non possono permettersi di lasciare casa, lavoro, famiglia per inseguire un posto in un’altra squadra. È uno spreco. Uno spreco di talento, di passione, di anni di lavoro, di storie personali che si interrompono non per scelta ma per mancanza di possibilità.

E mentre tutto questo accade, tutto intorno regna il vuoto. L’esonero di Roselli ha lasciato una panchina pesante scoperta. cosa che in qualsiasi altro Paese, sarebbe al centro di discussioni, indiscrezioni, analisi, dibattiti. Qui invece non circola nemmeno una voce. Non un nome, non un’ipotesi, non un progetto tecnico. È come se il movimento fosse sospeso in una dimensione parallela dove il tempo non passa, dove le decisioni non vengono prese, dove nessuno si assume la responsabilità di dire cosa sarà della nazionale femminile nei prossimi anni.

La scelta della Federazione Italiana Rugby di non rinnovare il contratto, affidando la squadra ad interim all'assistente Plinio Sciamanna per il raduno di inizio luglio alla Cittadella del Rugby di Parma, non è stata accompagnata dall'annuncio di un progetto tecnico alternativo. Nel rugby maschile d'alto livello, l'avvicendamento di una panchina genera dibattito, analisi e speculazioni; nel settore femminile domina il silenzio. Demandare la scelta del successore a una commissione interna senza indicare scadenze o profili programmatici produce un danno immediato sulla preparazione fisica e tattica delle atlete d'interesse nazionale.

Mentre la Rugby Football Union (Inghilterra) e la Fédération Française de Rugby (Francia) operano su cicli quadriennali con contratti centralizzati già ratificati per il prossimo biennio in vista della Coppa del Mondo, l'Italia si presenta ai raduni estivi con una guida provvisoria. Questa condizione impedisce la pianificazione di carichi di lavoro standardizzati e la definizione dell'identità strategica necessaria per affrontare le finestre internazionali d'autunno.

Alla base del del sistema le cose non vanno certamente meglio. I club non comunicano. Le società non si espongono. È come se tutti stessero aspettando che qualcun altro faccia la prima mossa, mentre il movimento rimane congelato. Non c’è un mercato, non c’è un segnale di vita, non c’è un’idea di futuro. E non parliamo di giocatrici straniere: dopo l’esperimento del Neapolis, che lo scorso anno aveva provato a portare in Italia una olandese e una colombiana, siamo tornati a zero. Nessuno disposto a investire due euro, nessuna giocatrice internazionale interessata a venire in Italia. Non perché il livello sia irrimediabilmente basso, ma perché non c’è un sistema che dia garanzie, prospettive, continuità. Perché un movimento che non comunica non esiste. E un movimento che non esiste non può attrarre nessuno.

La domanda che continuiamo a ripetere è semplice: come si costruisce un movimento in queste condizioni? Come si cresce quando non sai quali squadre parteciperanno alla prossima stagione, quando non conosci l’allenatore della nazionale, quando i club non comunicano niente, quando non c’è investimento internazionale, quando le decisioni amministrative rimangono opache, quando ogni scelta sembra rimandata a un domani che non arriva mai? La risposta è altrettanto semplice: non si cresce. Si stagna. Si regredisce. Si perde terreno mentre gli altri avanzano. Altrove il rugby femminile è un progetto, un settore strategico, un investimento. Qui in Italia sembra più un hobby che nessuno sa bene come gestire, un’attività che vive di entusiasmo ma non di struttura, di passione ma non di visione.

Il movimento femminile italiano non ha bisogno di miracoli. Ha bisogno di trasparenza, di comunicazione, di una strategia chiara. Ha bisogno di qualcuno che dica: ecco dove andiamo, ecco come ci arriviamo, ecco cosa vogliamo costruire. Ha bisogno di una direzione, di una responsabilità, di un’idea. Finché continuerà questo silenzio, il rugby femminile italiano rimarrà quello che è oggi: pieno di talento, pieno di passione, pieno di persone che hanno dato anni della loro vita, ma terribilmente e ostinatamente immobile.

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