Silvia Turani: leadership, velocità e un’Italia che vuole crescere

Nel Sei Nazioni 2026 l’Italia fa affidamento su una delle sue giocatrici più solide: Silvia Turani, pilona delle Harlequins, chiamata a rappresentare l'Italia alla cerimonia di apertura del torneo in sostituzione della capitana Elisa Giordano. Una figura che unisce esperienza internazionale, conoscenza profonda del rugby inglese e una visione moderna del movimento.

Portare l’Inghilterra “dentro” l’Italia

Rispondendo alle domande dei giornalisti presenti Turani non ha nascosto quanto il suo percorso in Premiership sia diventato un valore aggiunto per la Nazionale. Allenarsi e giocare ogni settimana nel campionato più competitivo del mondo le permette di leggere le Red Roses dall’interno: ritmo, struttura, mentalità.

«È bello poter portare quella conoscenza» spiega. «E non sono l’unica: abbiamo tante ragazze che giocano in Francia e anche loro portano la loro esperienza.»

Quella che si appresta a scendere in campo è un’Italia che, per la prima volta, può contare su un gruppo molto nutrito che ha competenze maturate all’estero: ben quattordici giocatrici su trenta.

Marketing, identità e futuro del movimento

Oltre al campo, Turani ha un’altra passione dichiarata: la comunicazione. La sua laurea in marketing non è un dettaglio marginale, ma una lente con cui guarda allo sviluppo del rugby femminile: «Mi piace parlarne con la Federazione, lo facciamo spesso» racconta. Un tema che tocca da vicino la crescita del movimento: visibilità, narrazione, riconoscibilità.

Un gioco più veloce, una preparazione diversa

Il nuovo staff tecnico ha chiesto all’Italia di alzare il ritmo. Per Turani, che segue il programma fisico delle Harlequins integrato con quello federale, è una sfida concreta.

«Per giocare veloce devi essere pronta fisicamente. È fondamentale curare questo aspetto.»

Un messaggio chiaro: il cambio di passo passa dal corpo prima che dalla tattica.

Più ragazze sugli spalti, ma la strada è lunga

Il movimento cresce, ma non abbastanza: «C’è ancora lavoro da fare» ammette Turani. La presenza di più bambine e ragazze nel giorno partita è un segnale positivo, ma non sufficiente. L’Italia femminile resta un cantiere aperto, con margini enormi.

L’orgoglio per gli Azzurri

Turani non nasconde l’entusiasmo per il Sei Nazioni maschile appena concluso.

«Mi è piaciuto tantissimo vederli giocare, soprattutto quando hanno battuto l’Inghilterra.» Un risultato che, secondo lei, fa bene a tutto il movimento: uomini, donne, base.

«Per anni la squadra femminile ha fatto meglio di loro. Ora è bello vedere entrambi i gruppi crescere.» Con un sorriso aggiunge: «Forse non porto fortuna… ero allo stadio per la partita in Galles.»

Un’Italia che cambia pelle, un gruppo che vuole correre più veloce e una leader che porta dentro la Nazionale un pezzo di rugby inglese, una visione moderna e una voce lucida sul futuro del movimento. Per le Azzurre le premesse per fare bene ci sono, ma alla fine come sempre sarà il campo a parlare.

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