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Coercizione, contratti capestro e il mondo a tratti torbido del rugby femminile semi-professionista inglese

Continuiamo ad indagare nel mondo del rugby "semi pro". Dopo il caso di Laurianne Lissar che ha aperto una finestra non troppo edificante sul modus operandi di alcuni club francesi, oggi grazie a Stella Mills, colonnista di Rugby Pass, uno dei più importanti portali ovali del mondo, andiamo a dare uno sguardo al "dorato" mondo inglese. 

La Premier 15s ed i suoi club visti da qui sembrano una sorta di Eldorado ovale al femminile. Con l'aumento del tetto salariale e l'introduzione di contratti nei club semi-professionisti, è facile presumere che il rugby femminile d'élite in Inghilterra stia progredendo, ma dopo aver parlato esclusivamente con una giocatrice della nazionale inglese e due giocatrici della Premier 15s (che hanno comprensibilmente chiesto di rimanere anonime), emerge un'immagine molto diversa del dietro le quinte del rugby femminile di club di livello elitario. Ci siamo resi conti che mai come questa volta, il detto "non è tutto oro quel che luccica" sia veramente calzante. Ma andiamo con ordine. 

L'attuale giocatrice della nazionale inglese ha iniziato descrivendo il panorama semi-professionale come un "Wild West" e dopo aver terminato la chicchierata era impossibile non essere d'accordo. La prima cosa a lasciarmi stupito è il trattamento riservato alle giocatrici più giovani all'interno dei club; le ragazze sono sfruttate e spesso spinte a firmare contratti a lungo termine senza che alcun supporto o spiegazione sia offerto loro (si, anche in Inghilterra il problema dei numeri è più reale di quanto non si possa immaginare, nda).

La Red Rose ha continuato raccontando che: “Una giocatrice ha subito un infortunio durante una partita e gli è stato detto che il club non avrebbe coperto i costi dell'intervento chirurgico a meno che lei non avesse firmato un contratto a lungo termine con loro. Per necessità l'ha firmato quella notte ed è stata ricoverata d'urgenza in sala operatoria il giorno successivo. In pratica è stata ricattata per farlo".

La nazionale ha anche parlato delle giocatrici più anziane e più esperte nei club che ora si assumono la responsabilità di educare le più giovani. Credono che la loro conoscenza e comprensione di come funzionano i processi contrattuali possa proteggere le ragazzine dall'essere manipolate.

Viene sottolineata la mancanza di guida e consigli forniti alle giocatrici così come la non c'è mai un impegno formale per nessuno dei club della Premier 15s a livellare le condizioni di negoziazione del contratto garantendo che le donne abbiano accesso allo stesso supporto delle loro controparti maschili. Dopotutto, nella maggior parte dei casi rappresentano lo stesso club, quindi logicamente dovrebbero avere le stesse opportunità professionali, ma nella realtà dei fatti non è così. Molte giocatrici sono attualmente senza possibilità di negoziare contratti, semplicemente perché non sanno come farlo e anche perché non hanno un percorso chiaro da seguire visto che questo è un terreno del tutto nuovo. Pertanto, le giocatrici sono regolarmente costrette a confrontarsi con i membri di alto livello del club per avere conversazioni molto scomode, spesso con risultati deludenti.

Una delle ragazze che gioca in Premiership, ha raccontato che al momento della firma con il suo club le è stato detto che non sarebbe rientrata in uno dei dieci contratti "pro" che il club prevedeva di offrire e che avrebbe pagato tutte le spese per giocare, per avere poi il rimborso a fine stagione. Pertanto, alla fine della stagione ha presentato la sua nota delle spese, che ammontava a oltre £ 3.000. Ciò che le è stato dato, tuttavia, non era lontanamente vicino a quella cifra: "Mi hanno dato £ 150 e mi hanno detto che il fondo rimborsi per le giocatrici era per le persone che ne avevano davvero bisogno", ha detto.

I club hanno grandi aspettative dalle giocatrici che giocano la Premier 15s. Ci si aspetta che le atlete investano tempo, salute e, a quanto pare, soldi solo per amore del gioco. Coloro che sostengono che le giocatrici dovrebbero essere orgogliose di rappresentare i loro club dovrebbero considerare che l'orgoglio non mette la cena in tavola e non paga bollette e/o affitto. C'è una grande differenza tra giocare gratis e pagare per giocare. 

Sembra che il trattamento ingiusto riservato alle donne nel mondo del Rugby Union non sia limitato al livello di club. La giocatrice della nazionale ha poi continuato dicendo: “Conosco una giocatrice internazionale che ha fatto un'apparizione per un noto marchio di abbigliamento e non ha ricevuto nulla in cambio, mentre i giocatori coinvolti nella campagna hanno ricevuto £ 1.000 ciascuno e un kit. Quando lo ha chiesto perchè a lei non fosse stato dato nulla, ha appreso che faceva parte del suo contratto, che era stato firmato dalla RFU. Aveva un agente e nemmeno lei lo sapeva. Noi facciamo esattamente lo stesso lavoro che fanno i giocatori maschi, ma poiché abbiamo poca conoscenza del funzionamento di tutti i meccanismi, veniamo sfruttate".

Alla terza giocatrice che ha accettato di parlare è stato riservato un trattamento ancora peggiore. Al momento della firma le è stato detto che non sarebbe stata presa in considerazione per il contratto da "pro" perché il club si aspettava che potesse rimanere incinta visto che era in età fertile. In qualsiasi altro campo lavorativo, questa affermazione avrebbe condotto direttamente al tribunale del lavoro.

Alle giocatrici della sua squadra è stato detto di non discutere tra loro i dettagli dei loro contratti perché "gli uomini sono davvero bravi a non farlo". Questa affermazione da sola suona come un campanello d'allarme poiché mentre è pratica comune non discutere gli stipendi con gli altri sul posto di lavoro, essere paragonate alla squadra maschile come un modo per assicurarsi di non parlare è strano.

La domanda a questo punto è semplice: "Dove andiamo da qui? Come andiamo avanti? Una cosa è chiara; ci deve essere più supporto disponibile per le giocatrici. Le atlete meritano di avere accesso a strutture da "pro" e formazione di alto livello che le guideranno attraverso il processo contrattuale, per assicurarsi che non si svendano e non vengano sfruttate. Ad oggi, questo non è ampiamente disponibile per le squadre femminili. I grandi nomi hanno spesso agenti, il che è fantastico, ma che dire di quelle giocatrici che hanno appena iniziato? Come ci si aspetta che capiscano il gergo legale dietro un contratto? Non c'è da meravigliarsi se la maggior parte si limita a firmare sulla linea tratteggiata.

Emmerson Wood ha fondato Hunter Sports Management appositamente per aiutare le atlete. Lavora a stretto contatto con una varietà di giocatrici per assicurarsi che ottengano i migliori contratti e accordi possibili e crede che le cose debbano cambiare. "Sono rimasto scioccato dal modo in cui alcune giocatrici sono state trattate", ha detto. “Sembra che ci sia un sacco di affano, al fine di garantirsi le giocatrici migliori o quelle in prospettiva con più capacità, spesso in cambio di quasi nulla. Secondo me, le giocatrici di rugby stanno attualmente pagando per giocare e i club ne stanno raccogliendo i benefici, e questo è inaccettabile."

“Alcuni dei contratti sono un semplice di 'copia e incolla' di un contratto maschile. È inaccettabile che atlete pagate 1.000 sterline all'anno debbano chiedere al loro club di trovare loro un lavoro o accordi di sponsorizzazione. Una cifra del genere, significa che il club non prende in considerazione nemmeno le spese per andare ad allenarsi tre volte a settimana”.

Hunter Sports Management spera di fornire una piattaforma per aiutare le atlete a ottenere il massimo dai loro contratti senza compromettere le loro posizioni con i club e fornisce questo aiuto gratuitamente. La cosa triste è che fino ad ora le giocatrici pensavano che le loro esperienze individuali fossero esattamente quello: esperienze, individuali. Ma, man mano però che più giocatrici si fanno avanti, stiamo iniziando a capire che questo non è specifico di un solo club, è un problema diffuso all'interno del rugby femminile. Lo sport ha ancora una lunga strada da percorrere. Queste atlete sono professioniste, si allenano e giocano a un livello d'élite, quindi perché non vengono trattate come tali?


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