Il 2025 doveva essere l’anno della consacrazione definitiva del rugby femminile. E, per molti versi, lo è stato. England Rugby registra una crescita del 38% nella partecipazione dal 2021. La Rugby World Cup 2025 ha frantumato ogni record di presenze. La Premier Women’s Rugby continua a espandersi con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. Il livello tecnico del gioco non è mai stato così alto.
Eppure, in mezzo a questa crescita, c’è un dato che stona. Un vuoto che non si può ignorare: le allenatrici non stanno beneficiando di questo progresso. Nella PWR non c’è una sola head coach donna. Leslie McKenzie, Jo Yapp e Gaëlle Mignot hanno lasciato i loro incarichi dopo la Coppa del Mondo, lasciando il panorama internazionale con la sola presenza di Whitney Hansen appena nominata allenatrice delle Black Ferns.
L'interessante inchiesta di Jessica Mallaghan riportata su Sport Gazette ci porta proprio al centro del problema toccando diversi aspetti della questione. Andiamo ad analizzarli uno per uno.
Il problema non è circoscritto al rugby. Nel 2024, la percentuale di donne che allenano è scesa dal 44% al 38% in tutti gli sport. Negli Stati Uniti, il Titolo IX – nato per combattere la discriminazione – ha prodotto un effetto collaterale paradossale: dal 90% di allenatrici nel 1972 si è passati al 40% attuale. Le misure che sostengono lo sport femminile raramente si applicano al coaching.
Le testimonianze: microaggressioni, esclusione, sessismo
Intervistare allenatori e allenatrici di tutti i livelli è stato, in una parola, deprimente. Le storie si ripetono: microaggressioni, ostacoli strutturali, sessismo esplicito. Tutti hanno chiesto l’anonimato.
Uno degli stereotipi più diffusi è che “le donne non hanno ancora giocato ai massimi livelli” e che, una volta ritirata l’attuale generazione di professioniste, tutto si sistemerà. Ma è un’illusione. Il professionismo femminile ha solo sei anni: pochissime atlete si sono già ritirate.
E, soprattutto, gli allenatori non giocano. Simon Middleton non ha avuto una carriera da giocatore di rilievo. Joe Schmidt ha giocato pochissimo. Eddie Jones ha tre presenze con il Leicester negli anni ’90. Eppure hanno allenato ai vertici mondiali. L’argomento “esperienza da giocatrice” è una scusa, non un criterio.
Il vero nodo: le reti di potere
La maggior parte delle posizioni di coaching non viene pubblicizzata. Si entra tramite reti interne. E le reti interne, nel rugby, sono ancora un club di ex giocatori.
Le donne non fanno parte di queste reti. Non vengono considerate. Non vengono invitate. Non hanno accesso alle opportunità. E, per iniziare una carriera nel coaching, bisogna affrontare anni di formazione non retribuita: un ostacolo enorme per chi non ha risorse economiche o sostegno familiare. Il risultato è un’esclusione che si colloca all'incrocio tra genere e classe.
Ruoli marginali, riconoscimento minimo
È la stessa segregazione occupazionale che vediamo in molti settori, ma nello sport è mascherata dal mito della meritocrazia. “Chi è bravo arriva”. Non è vero. Non quando l’accesso è controllato da reti chiuse.
Il quotidiano delle allenatrici: invisibilità e resistenza
Molte allenatrici raccontano episodi che, presi singolarmente, potrebbero sembrare piccoli. Ma insieme formano un sistema: arbitri che stringono la mano agli uomini e ignorano loro, allenatori che parlano all’uomo accanto a loro, anche dopo essere stati informati che la coach è la donna. Dirigenti che negano spazi, orari, strutture. Commenti sessuali da parte di giocatori o colleghi. La richiesta costante di “essere gentili”, soprattutto con gli sponsor.
La RFU ha introdotto il programma “25 IMPACT”, con corsi gratuiti, mentoring e percorsi di sviluppo. Ha formato 1.456 allenatori e ufficiali di gara. È un passo avanti, ma non affronta il cuore del problema: l’accesso e la permanenza. Non basta formare nuove allenatrici se poi il sistema non le assume, non le valorizza, non le paga.
Cosa serve davvero
Per cambiare il panorama del coaching servono tre cose, tutte difficili:
- Credere che le donne siano competenti per allenare ad alte prestazioni.Non “in futuro”. Ora.
- Processi di assunzione trasparenti.Basta reti chiuse, basta selezioni informali.
- Retribuzioni dignitose. Il volontariato non può essere la porta d’ingresso obbligata.
Al momento, non ci sono segnali che questo cambiamento sia imminente. E questo, nel pieno dell’età d’oro del rugby femminile, è il paradosso più grande.

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