Come il rugby femminile sta battendo il maschile sui social media

C’è un paradosso che attraversa il rugby contemporaneo: mentre il maschile continua a occupare la maggior parte degli spazi televisivi, dei budget e delle strutture, è il femminile a conquistare il terreno più prezioso del nostro tempo, quello dell’attenzione. Non è un caso isolato, né un fenomeno passeggero. È un cambio di paradigma che sta ridisegnando il modo in cui lo sport si racconta e viene percepito.

Andrew Trimble, ex nazionale irlandese e oggi imprenditore nel settore della comunicazione sportiva, lo dice con una chiarezza che sorprende chi è rimasto ancorato ai vecchi equilibri: il rugby femminile sta battendo quello maschile sui social media perché ha capito prima e meglio come funziona il mondo in cui viviamo. Non si tratta di una questione di estetica o di marketing, ma di linguaggio. Il femminile parla la lingua della contemporaneità, mentre il maschile continua a esprimersi con i codici del passato.

Le giocatrici non si limitano a mostrare ciò che fanno in campo: mostrano chi sono. Non c’è la distanza formale delle conferenze stampa, né la rigidità dei contenuti istituzionali. C’è la vita, con le sue imperfezioni, le sue ironie, le sue fragilità. C’è la fatica degli allenamenti, la complicità degli spogliatoi, la gioia infantile di una vittoria inattesa, la delusione nuda di una sconfitta. È un rugby che non teme di essere umano, e proprio per questo diventa immediatamente riconoscibile, condivisibile, vicino.

Il maschile, al contrario, resta spesso intrappolato in un’immagine di professionalità che finisce per diventare distanza. Le società proteggono i giocatori, filtrano le comunicazioni, controllano ogni parola. Il risultato è un racconto pulito, ordinato, ma privo di quella vibrazione emotiva che oggi determina la differenza tra un contenuto che scorre e uno che resta. I social non premiano la perfezione: premiano la verità. E il femminile, semplicemente, la mostra.

C’è poi un elemento che Trimble sottolinea con forza: il rugby femminile non è solo uno sport, è un movimento. Porta con sé temi che risuonano profondamente nella cultura contemporanea: la rappresentazione, l’equità, l’empowerment, la possibilità di vedere corpi diversi, storie diverse, percorsi diversi. Ogni atleta diventa una finestra su un mondo che per decenni è rimasto invisibile. E quando qualcosa che è stato invisibile per troppo tempo finalmente appare, non genera solo interesse: genera riconoscimento.

Questo spiega perché i numeri, negli ultimi anni, siano così sorprendenti. Le interazioni crescono più rapidamente, i contenuti raggiungono pubblici nuovi, gli engagement rate superano quelli del maschile anche quando le basi di follower sono più piccole. Non è un miracolo, è la conseguenza naturale di un racconto che funziona perché è vivo, perché è vero, perché è necessario.

Il punto decisivo, però, è un altro: il rugby femminile non sta vincendo perché imita il maschile. Sta vincendo perché se ne distanzia. Perché non ha paura di sperimentare, di giocare con i linguaggi, di entrare nei trend, di collaborare con creator, di aprire le porte dei propri spazi. Perché non si vergogna di essere diverso. E questa differenza, invece di essere un limite, è diventata la sua forza.

Per chi, come me, lavora da anni nel racconto del rugby femminile italiano, tutto questo non è una sorpresa. È la conferma di ciò che vediamo ogni giorno: un movimento che cresce non perché qualcuno gli concede spazio, ma perché se lo prende. Un movimento che non chiede permesso, ma costruisce comunità. Un movimento che non aspetta che il mondo cambi, ma lo cambia attraverso il modo in cui si mostra.

Il futuro del rugby, se vuole restare rilevante, passa da qui. Non dalla potenza dei corpi, ma dalla potenza delle storie. Non dalla tradizione, ma dalla capacità di parlare al presente. Non dalla forza di un brand, ma dalla forza di una relazione.

Il femminile lo sta già facendo. Il maschile, se vorrà recuperare terreno, dovrà imparare da chi oggi sta guidando la trasformazione. Non per imitazione, ma per comprensione. Perché il rugby, in fondo, è sempre stato questo: un gioco che cambia chi lo pratica e chi lo guarda. Oggi, semplicemente, il cambiamento arriva da un luogo che per troppo tempo è stato ignorato. E che ora, finalmente, è impossibile non vedere.

In sintesi:

Il punto di svolta
  • Il maschile comunica ancora con i codici del broadcast: conferenze, highlight, interviste filtrate.
  • Il femminile parla invece la lingua nativa dei social: racconta, mostra, condivide, dialoga.
  • È un rugby che non teme l’umanità, e sui social l’umanità è ciò che vince.

Autenticità come valore centrale
  • Le giocatrici sono accessibili, spontanee, riconoscibili.
  • Mostrano ciò che accade prima e dopo la partita, trasformando la quotidianità in racconto.
  • Il pubblico non vede solo l’atleta, ma la persona.
  • Il maschile, più rigido e controllato, finisce per creare distanza.

Un movimento culturale, non solo sportivo
  • Il femminile incarna temi che parlano al presente: rappresentazione, equità, empowerment, body positivity, comunità.
  • Sono narrazioni che viaggiano naturalmente sui social.
  • Il maschile non ha la stessa carica simbolica, e non può averla: è una questione di storia, non di valore.

I dati confermano la tendenza
  • Engagement rate doppi o tripli rispetto al maschile, un mondiale oltre il miliardo di impression, contenuti “dietro le quinte” tra i più performanti del rugby globale.
  • Non è fortuna: è il risultato di un modello comunicativo più aperto e più relazionale.

La forza della differenza
  • Il femminile non vince imitando il maschile, ma proprio perché se ne distanzia.
  • Sperimenta, sbaglia, ride, apre porte, coinvolge, parla il linguaggio del presente.
  • Il maschile, se vuole recuperare terreno, deve comprenderne la logica, non copiarla.

Una lezione per tutto il rugby
  • La crescita non dipende solo da budget, diritti TV o tradizione.
  • Dipende dalla capacità di creare relazione, narrazione, comunità.
  • E oggi il femminile lo fa meglio di chiunque altro.

L’Italia dentro questo cambiamento
  • Il movimento italiano cresce, si struttura, conquista spazio, ma ha bisogno di un ecosistema narrativo che lo sostenga.
  • È ciò che porto avanti da anni con Ladies Rugby Club: memoria, voce, comunità, dignità.
  • Il mondo va in questa direzione.
  • Il femminile non è più “il futuro del rugby”: è il presente che sta già cambiando le regole del gioco.

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